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Ermafrodito dormiente, museo del Louvre


E’ da un pezzo che volevo fare un post sull’argomento “profumo da uomo” e “profumo da donna” . Questa notizia, che spero sia falsa, mi spinge a farlo ora: in breve un vescovo avrebbe detto che un ragazzo ha provato un profumo da donna e questo l’ha fatto diventare gay.
Uno degli aspetti assurdi della faccenda è che l’etichetta “pour homme” o “pour femme” è stata inventata dai profumieri francesi a metà dell’Ottocento, quando si è cominciato a capire qualcosa dei batteri e il profumo ha perso la sua aura di protettore contro le malattie, per diventare un semplice cosmetico, quindi, nell’immaginario collettivo dell’epoca, un prodotto “da donna”. Per non perdere la clientela maschile, che comunque aveva bisogno di qualcosa per disinfettarsi dopo la rasatura, i profumieri hanno inventato l’etichetta “pour homme” che voleva dire “non preoccuparti, nessuno penserà che sei gay, se usi questo profumo”.
Napoleone, che non era proprio una femminuccia, usava l’Acqua della Regina di Ungheria, per affermare il proprio status di testa coronata. Poi, come molti ricchi appassionati di profumo, è passato alle fragranze personalizzate. Si è fatto fare un mix di muschio di gazzella e zibetto, cioé un concentrato di ferormoni maschili che urla: “se entri nel mio territorio te spiezzo in due!” e che oggi troveremmo inaccettabile, oltre che impossibilmente costoso. Ma che probabilmente era la “firma” del suo carattere da conquistatore, anch’esso forse inaccettabile per chi è cresciuto in una cultura democratica.
La realtà è che un profumo non è né “femminile” né “maschile” ma dovrebbe rappresentare l’unicità della personalità di chi lo porta. L’odore è ermafrodita, anche in natura: l’ambra grigia è la stessa, che provenga da un capodoglio maschio o femmina e così il castoreum. Le piante, che danno orgine alla maggioranza delle essenze, non hanno sesso. E che senso ha attribuire a priori un genere a sostanze chimiche come le aldeidi?
Tutt’ora, i profumieri di più alto livello, come Pierre Montale e Serge Lutens, non etichettano i profumi per genere, ma per categoria olfattiva. Molte volte, un profumiere crea una fragranza e poi la vende alla prima azienda che gli richiede un profumo con quei componenti, disinteressandosi se sia destinato agli uomini o alle donne. Un caso celebre è Eau Parfumée au Thé Vert (***) di Bulgari, un profumo unisex, usato da moltissime donne, la cui formula era in origine stata proposta da Jean Claude Ellena a Dior per il maschile Farenheit (**). E in oriente, dove la distinzione tra profumo maschile e femminile non esiste, maschioni machissimi usano rosa o gelsomino e continuano darci dentro con tutte e quattro le mogli, ignari del fatto che, in occidente, la loro essenza preferita sarebbe etichettata senza appello come “pour femme”.
Chanel n°5 (****), il femminile per eccellenza, diventa molto eccitante su certi uomini. Charlie Chaplin usava Mitsouko (*****). Anche le note dolci di Angel (****) e di Vanisia (****) di Creed funzionano bene sugli uomini. Inoltre ci sono “esperimenti” come Feminité du Bois (****) e Fille en Aguilles che usano note tipicamente “maschili”, rispettivamente il legno di cedro e il pino. Un uomo può essere imbarazzato dal nome, ma in realtà può usarli senza che nessuno noti nulla di insolito.
La stessa cosa vale per i “maschili”. Vetiver di Guerlain è una colonia che porto moltissimo quando fa caldo e nessuno la trova strana. La commessa era molto perplessa quando ho comprato Le Dandy di d’Orsay, ma lo uso regolarmente e, in realtà, è un fruttato allegrissimo, per niente “macho”.
Quindi, se vi piace un profumo, non guardate cosa c’è scritto sull’etichetta, ma spruzzatevelo e sentite come diventa sulla vostra pelle. Se racconta la vostra storia, è il vostro profumo, qualunque cosa un esperto di marketing abbia deciso di scrivere sull’etichetta. Fatemi sapere se, usando un profumo con un’etichetta “inaspettata” cambiate oreintamento sessuale. Sarebbe una scoperta scientifica eccezionale.

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